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Legislazione per coppie di fatto

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Da molti anni si discute in Italia della opportunità di dare una regolamentazione giuridica alle cosiddette coppie di fatto, ovvero a quelle unioni, eterosessuali o omosessuali, che pur se non suggellate da un matrimonio, costituiscono una stabile e duratura convivenza. In questo articolo vedremo insieme se e in che modo la normativa italiana disciplini il rapporto personale dei soggetti conviventi, che per opportunità o impossibilità (coppie omosessuali), non abbiano formalizzato tale unione con un matrimonio.

Quella della legislazione per le coppie di fatto è un tema complesso che sta interessando i dibattiti di varie fazioni in Italia ormai d adiversi anni.
Per quanto riguarda le coppie eterosessuali, è bene rilevare che la mancata celebrazione del matrimonio non incide affatto sui diritti spettanti ai figli nati dai genitori non coniugati i quali, per espressa disposizione di legge, sono equiparati in tutto e per tutto ai figli nati da coppie coniugate. Tralasciano per il momento la specifica legislazione per le coppie di fatto prevista a tutela dei figli nati al di fuori del matrimonio, diciamo subito che in Italia non esiste alcuna disciplina specifica avente ad oggetto la materia delle coppie di fatto.
La legislazione nazionale prevede però norme che, come esamineremo successivamente, se pur non create ad hoc per disciplinare i rapporti tra conviventi, ben si adattano ad essere applicate in molteplici casi agli stessi.

Legislazine coppie di fatto: qual' è il diverso trattamento che la normativa italiana prevede per le coppie sposate?
Gli aspetti più importanti che differenziano ad oggi il trattamento riservato alle coppie sposate rispetto a quelle di fatto, sono rappresentati dall’automaticità di alcuni diritti spettanti ai soggetti sposati, che vengono ad essi attribuiti per il solo fatto della celebrazione del matrimonio, diritti che permangono anche successivamente all’eventuale scioglimento dello stesso.
Facciamo riferimento in particolare ai diritti successori del coniuge - il quale, rientrando tra i cosiddetti “legittimari” non potrebbe in alcun modo essere escluso dalla successione del coniuge deceduto – o alla pensione di reversibilità, che spetta al coniuge supersite o anche al coniuge separato che al momento del decesso dell’altro beneficiava dell’assegno divorzile.
 
Il contratto di convivenza: che cos’è?
Ad oggi lo strumento che per eccellenza si può adattare alla questione dei rapporti tra conviventi è il contratto, atto frutto della libertà negoziale privata.
Lo specifico contratto a cui facciamo riferimento è generalmente definito “contratto di convivenza”, strumento ideale ed idoneo per disciplinare i diversi aspetti di una convivenza, da quelli strettamente economici a quelli della successione.

Il contratto di convivenza: cosa può disciplinare?
Il contratto di convivenza è un vero e proprio accordo scritto tra i conviventi, accordo che, purché redatto nei modi e nelle forme previste dal Legislatore, ha valore di legge tra le parti.
Con tale accordo i conviventi potranno liberamente “regolare” la propria convivenza, accordandosi ad esempio sulle modalità di esercizio dei diritti sui beni acquistati in comune, o sulla sorte di tali beni al momento del venir meno della convivenza.
Il contratto potrà prevedere una specifica penale che il convivente inadempiente dovrà corrispondere all’altro in caso di mancato rispetto delle statuizioni contrattuali suscettibili di valutazione economica, sempre che la singola regola contrattuale disattesa non sia in contrasto con norme inderogabili di legge o non incida su diritti di natura indisponibile. Ad esempio clausole contrattuali che prevedano l’obbligo per il convivente di concedersi sessualmente all’altro, o di compiere particolari pratiche sessuali, oltre ad essere nulle per contrarietà al buon costume, comporterebbero inevitabilmente la non sanzionabilità di un comportamento posto in essere in violazione della stessa, e ciò in quanto si tratta di diritto che non è suscettibile di divenire oggetto di accordo contrattuale.
Nulla sarà altresì la clausola che prevede l’obbligo del convivente di vivere in un determinato luogo o di non tradire il compagno, riguardando entrambi le statuizioni gravi limitazioni della libertà personale, e come tali inidonee ad essere oggetto di obbligazioni contrattuali.
 In linea di massima le parti potranno regolare, con il contratto di convivenza, tutto ciò che riguarda la sfera patrimoniale della convivenza, ed in particolar modo, tra le questioni più importanti, la disciplina dei rapporti patrimoniali in previsione di una futura ed ipotetica rottura del rapporto.
Queste disposizioni sono spesso orientate nell’assicurare al convivente più debole una forma di assistenza anche successivamente al venir meno della convivenza.
 
Natura e oggetto dei contratti di convivenza: come vanno redatti?
I contratti di convivenza dovranno sicuramente essere redatti per iscritto, e nella loro redazione dovranno essere seguite specifiche regole e forme, a seconda del tipo di pattuizione in essi contenuti. Data la complessità della questione, considerando soprattutto l’esigenza di evitare di redigere un contratto nullo, il consiglio è pertanto quello di farsi assistere da un Avvocato.
 
Il convivente ha diritti ereditari? Come fare in modo che il convivente superstite possa accedere ai beni ereditari
Per quanto riguarda i diritti successori, non esiste attualmente in Italia alcuna norma che attribuisca qualsivoglia diritto al convivente superstite. La normativa italiana prevede però la possibilità per ciascun individuo di decidere della divisione dei propri beni a seguito del decesso, mediante la redazione di un testamento.
C’è pertanto la piena libertà di nominare erede il convivente mediante la redazione di un testamento all’interno del quale venga disposto che una quota di eredità (o anche tutta, ove non siano lesi i diritti di soggetti legittimari), sia destinata al convivente superstite.
E’ bene sottolineare che le disposizioni di tale natura non potranno comunque essere inserire nel contratto di convivenza, ma dovranno essere oggetto di uno specifico testamento redatto nelle forme prescritte dal codice civile, con l’eventuale assistenza di un legale;  eventuali clausole inserite nel contratto di convivenza verrebbero sicuramente riconosciute nulle, stante il divieto dei cosiddetti patti successori.

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